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Perchè gli Architetti (come tutti in fondo) sono ossessionati dalle Utopie?



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Inserito il 11 ottobre 2013 in Architettura - Curiosità - Social Design - Tendenze
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Le Utopie: un po’ la moda del momento.

Sei per caso un bilionario stanco delle limitazioni e dei cavilli legali che non ti permettono di guadagnarti il tuo milioncino extra? Ti consiglio di dare un’occhiata all’“Istituto Seasteading”. Lì puoi goderti il lusso delle tue idee liberali, senza i malcontenti che ti impediscono di raggiungere il tuo pieno potenziale.

Seasteading Institute.

Sei preoccupato che Obama possa portarti via i tuoi amati fucili d’attacco? Allora l’ideale è trasferirsi a “The Citadel”, nelle campagne dell’Idaho: si tratta di una comunità di appassionati difensori del Secondo Emendamento. Armi e patriottismo sono accolti calorosamente – a differenza di Marxisti, Socialisti, Liberali e Repubblicani. 

 

E’ possibile invece che la tua libertà personale non ti preoccupi affatto. Quello che davvero ti angoscia è la galoppante inegualità sociale.

Un’altra azione che aveva un pò le caratteristiche tipiche di un’utopia è stata l’occupazione di Wall Street: si è parlato di reinventare e rinnovare il governo, nonché di obiettivi praticamente impossibili da raggiungere (come, ad esempio, abolire il capitalismo) finché I corpi di polizia non sono intervenuti con spray al peperoncino e manganelli a disperdere i manifestanti.

Occupazione a Wall Street.

Sicuramente il mondo è un posto spaventoso, siamo tutti d’accordo. E quando i tempi si fanno duri, è facile consolarsi con pensieri utopici. I due esempi letterari più celebri di società utopiche, la “Repubblica” di Platone e “Utopia” di Thomas More, sono stati essi stessi scritti in periodi di crisi: rispettivamente in seguito alla Guerra del Peloponneso e durante i fermenti culturali dell’inizio del Rinascimento.

Anche oggi abbiamo difficili sfide da affrontare: l’economia mondiale è in piena crisi, i cambiamenti climatici ci minacciano costantemente, l’influenza americana ha scongiurato numerosi conflitti all’estero e tanto altro a seguire. Ed è qui che le utopie rispondono a sfide come queste in uno degli unici modi apparentemente possibili, secondo quanto scritto nel libro “Storia degli Utopici” di Lewis Mumford: evadere o ricostruire, fuggire o rimboccarsi le maniche.

Isola dell'Utopia, Thomas More

Tra tutte le categorie, anche gli Architetti si rivolgono alle Utopie durante i tempi difficili, proponendo degli schemi pensati per stravolgere il mondo e guarirne i mali. Ma quello che più distingue le utopie del passato da quelle di oggigiorno è la fiducia che un tempo questi architetti riponevano nella loro geniale inventiva e nelle loro proposte, per quanto esse potessero sembrare poco realistiche.

Cominciamo con una ricapitolazione veloce: come abbiamo già affermato, l’architettura moderna si fondava su ideali utopici che si pensava sarebbero sfociati in un futuro glorioso. Sappiamo bene che nella maggior parte dei casi l’esito fu negativo, come ben sa chiunque conosca il progetto “Le Torri nel Parco” di Le Corbusier, divenuto un esempio di progettazione di residenze pubbliche mal riuscite.

Plain Voisin, Le Corbusier.

Il postmodernismo ha reagito con forza contro questo idealismo fallito. Alcuni utopisti hanno mantenuto vivo l’impulso creativo: Buckminster Fuller si è affidato alla ormai strega invincibile della tecnologia, Archigram alla flessibilità delle megastrutture, Superstudio alla tecnica grafica dei fotomontaggi e Ant Farm alla capacità espressiva della performance art.

Nonostante la determinazione con cui portavano avanti le loro idee, va sottolineato che alcuni di loro non hanno mai avuto la possibilità di concretizzarle e che addirittura non hanno costruito nulla, complice la crisi dell’olio e la stagflation del 1970.

Castelvecchio, Eisenman.

Quando in seguito l’economia ritrovò vigore, il Formalismo tornò rombando, supportato dalle nuove tecnologie del computer-aided design. “Starchitecture”, il cosiddetto “Effetto Bilbao”, come anche anche lo spopolare dei blog di design, il diffondersi dell’utilizzo di render e fotografie e la libertà delle forme nella progettazione architettonica sono il risultato della ritrovata fiducia in seguito agli anni di crisi.

Ma per la seconda volta la situazione ebbe un crollo economico nel 2007, quando i fondi di mercato vennero congelati e i cantieri di costruzione bloccati su scala mondiale.

Media Burn, Ant Farm.

Dov’è che tutto ciò ha portato gli architetti di oggi? A riflettere su quel periodo di eccessi e di spavalderia creativa. C’è sì un rinnovato interesse per le utopie, ma stavolta un interesse portato avanti con modestia, che tenta il legame con la realtà circostante piuttosto che la fuga da essa. Di certo questo atteggiamento non darà vita ad idee grandiose, ma plausibilmente a risultati realizzabili.

Spontaneous Interventions, Biennale di Venezia.

Questa ritrovata modestia vede il suo caso più eclatante nel 2012 alla Biennale di Venezia, con la mostra “Interventi Spontanei: Azioni di Design per Il Bene Comune”, presente al padiglione americano.

In seguito alla recessione, il curatore Cathy Lang Ho ha deciso di concentrarsi sugli interventi di artisti e architetti di “piccolo calibro” che avevano dato un contributo significativo a migliorare la città, includendo iniziative come parklets, fattorie urbane e spazi pubblici pop-up.

Un’altra esibizione che affronta gli stessi temi è intitolata “Utopie di Brooklyn”: essa analizza quest’area della città di New York come luogo di sperimentazione urbana e architettonica.

Inoltre l’economia americana oramai declinante ha portato molti studi di architettura a sviluppare contatti con il mondo asiatico, un contesto nuovo e pieno di opportunità lavorative.

E’ questa la premessa su cui si basa l’esibizione AIA a New York “Pratiche Utopie: Urbanismo Globale a Hong Kong, Seoul, Shangai, Singapore e Tokyo”. Certamente gli studi di cui stiamo parlando seguono il loro interesse, maggiormente tutelato nei Paesi in via di sviluppo, ma stanno anche provvedendo attivamente al miglioramento della vita urbana attraverso la progettazione di spazi pubblici, di transito e iniziative green.

ChonGae Canal Restoration Project, Mikyoung Kim Design.

Infine, al giorno d’oggi gli architetti ambientali possono essere dati per scontati all’interno della nostra società: oramai siamo tutti un po’ green. In passato, invece, Paolo Soleri era una voce fuori dal coro (la sua vita e le sue idee utopiche, “Acrosanti”, ispirarono il nuovo film “La visione di Paolo Soleri: Profeta nel Deserto”), e tuttora dubito che molte persone pensino agli accampamenti nel deserto come a valide soluzioni alle problematiche ambientali e di sviluppo urbano.

L’opzione verso cui recentemente più si propende nel campo delle costruzioni è quella del “passivhauser”, edifici a bassissima energia e esterni che lavorano con la natura invece di tentare di controllarla.

Arcosanti, Paolo Soleri.

La parole “Utopia” ha un doppio significato. Di origine Greca, essa è allo stesso tempo un “bel luogo”ed un “non luogo”, ”da nessuna parte”. Ciò forse implica che il tanto declamato “bel luogo” non esista affatto, che sia letteralmente “da nessuna parte”.

Ma da un certo punto di vista, un’utopia non va tanto considerata come un luogo fisico, quanto piuttosto come un impulso, un desiderare un cambiamento positivo. Non è forse proprio questo che ci ha portati all’architettura in primo luogo? Forse l’utopia non è un castello in aria così irrealizzabile, forse è solo la bozza ottimistica di un mondo migliore.

Mumford giustamente scrisse nella “Storia degli Utopici”: “E’ assurdo considerare un’utopia come se fosse un qualcosa che esiste solo su carta…la stessa cosa può essere detta delle piante di un architetto per una casa”. Eppure quelle stesse linee disegnate si traducono infine in calce e mattoni e dopo poco non costituiscono più un semplice intento astratto, ma si trasformano nella nostra realtà tangibile. Ed è questo che ogni Utopico si augura per i propri progetti.

[fonte: Architizer.com – articolo liberamente tradotto]


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